Il Pesce Arcobaleno: 25 Maggio 2019

Il Pesce Arcobaleno di Benedetto Aquilone e Veronica Provolenti è un monologo teatrale che andrà in scena il 25 maggio all’SGM Conference Center. Veronica, di che cosa parla questo lavoro?
E’ il racconto di una giovane donna che ripercorre la sua storia, soffermandosi in particolar modo sui ricordi legati alla sua infanzia e adolescenza, rievocando la bellezza e l’amore che la legano alla sua terra d’origine e a quelle relazioni significative familiari e non che hanno segnato la sua crescita. Nel ripercorrere la sua storia, arriverà a svelare una ferita e un dolore profondamente intimi, legati a episodi di abusi e violenze e al contempo il desiderio e la volontà di perdono e riconciliazione. Il Pesce Arcobaleno è una testimonianza di come il dolore possa essere un punto di partenza per una vera e propria rinascita, un terreno fertile per avviare un processo di rinascita.

Dove e come nasce questo lavoro?
Il Pesce Arcobaleno nasce dal re-incontro con un ex allievo di un laboratorio teatrale da me condotto: Benedetto Aquilone. Benedetto ha maturato anni di esperienza come educatore in comunità per minori a rischio, ascoltando personalmente molte storie, alcune delle quali drammatiche, che hanno ispirato un suo bisogno di condividere. Per questo motivo scrive un romanzo dal quale abbiamo tratto un monologo essenziale, ambientato in una scena altrettanto semplice. Non si tratta quindi di una storia di fantasia, ma potremo pensarla come emblematica di molti racconti con cui Benedetto è entrato in relazione.

Cosa ha motivato la scelta di trasporre un romanzo in un testo di narrazione teatrale?
Il tipo di teatro che propongo si può per me sintetizzare in teatro che è respiro-corpo-parola  in relazione. L’evento teatrale stesso, la messa in scena è un intenso tempo di relazione e incontro. Il cuore della mia proposta teatrale è l’ascolto. Parlo di un ascolto autentico e per questo mai scontato, raramente comodo e che in nessun modo può prescindere da una processualità. Leggendo il romanzo di Benedetto si è rinforzata in me l’idea di quanto sia importante dare nome e conseguentemente dare voce al dolore. Mi sono fidata di un’intuizione, per me niente affatto comoda: per rendere la bellezza del Pesce Arcobaleno con tutti i suoi colori e le sue sfumature, la parola pronunciata, parlata e condivisa sarebbe stata il mezzo principale. Purtroppo molto spesso il dolore è muto, e senza la parola non se ne può trarre un potenziale trasformativo. 

In che cornice scenografica verrà allestito questo lavoro?
Ritengo sia molto facile distrarci con elementi scenografici troppo complessi, e in questo caso sento che oltre a distrarre gli spettatori, il “troppo” avrebbe distratto me, diventando un modo attraverso cui difendermi e allontanarmi dall’ascolto. Seguendo questa linea, in scena saranno presenti soltanto due sedie ed un baule.

Si è parlato di dolore, violenza e abuso. Perché raccontare proprio questa storia?
Attraverso questo lavoro, il desiderio è quello di provare a rinunciare alla logica del giudizio, che proprio perché condanna o assolve, lascia troppo spesso il nodo intatto. Ritengo che le ferite siano una parte centrale e condivisibile dell’esperienza di ogni essere umano, tuttavia spesso forniscono un alibi per stare fermi, per aver paura degli altri, non assumersi responsabilità, farsi del male. Non è mia intenzione sminuire in nessun modo l’esperienza e la sofferenza di chi è “vittima”, come nel caso degli abusi, ma ricordare che l’istinto di vivere è sempre più forte di quello di morire. Quest’ultimo schiaccia e allontana dalla bellezza e dalla profondità insita in ogni esperienza.

Alla luce di tutto quello che ci hai raccontato, qual è l’obiettivo che alimenta questo lavoro?
Credo sia quello di portare avanti quella cura della relazione cui noi di SeFaP diamo il nome di prevenzione relazionale. Parlare di abuso sui minori pensiamo possa essere un invito rivolto a chiunque a contattare l’esperienza del dolore che riguarda ognuno di noi. Essere partecipi di questa storia in cui la cura delle ferite, che passa attraverso il perdono e la riconciliazione, consente di contattare il proprio dolore in modo meno violento, meno giudicante e diventa un’opportunità per crescere e realizzarsi.

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